Inserito da: drdario | 1 Settembre 2008

Dikom, I love you

In Viale Certosa, a Milano, c’è la sede di un’azienda, che per me è da considerarsi (d’ora in poi) il mio nuovo luogo sacro. E’ la Dikom, azienda che produce diverse cose, che non sto ad elencarvi, perchè non me ne potrebbe fregare di meno. Ad eccezione di una. Una chiavetta USB. Ma partiamo dall’inizio.

Un giovane laureando in biologia, che chiameremo D, sta impiegando buona parte della sua estate 2008 in un’attività di laboratorio presso la sua Università, per portare a termini alcuni esperimenti i cui risultati andranno a costituire poi l’argomento della tesi, ultimo scoglio prima dell’agognata laurea. Passa intere giornate in un laboratorio disordinato, dove, a causa di un condizionatore poco furbo (spara aria calda sempre e comunque e gli unici modi per spegnerlo sono calci e pugni), la temperatura è a dir poco tropicale. Gli esperimenti, nonostante siano piuttosto ripetitivi e pongano il nostro eroe a continuo contatto con sostanze tossiche, sembrano procedere bene, ed il nostro annota diligentemente i risultati su un block-notes. Ma, visto che siamo nel XXI secolo, buona parte del lavoro sarà virtualmente salvato su una chiavetta USB.  Dikom, appunto. L’estate avanza, e D decide che è il momento di una pausa, il suo cervello ringrazia. Lo studente visita una graziosa città spagnola, per poi passare qualche giorno al mare. Infine, riposato, torna al suo lavoro, con l’intenzione di rivedere la strada fatta fino a quel momento.

Cerca la chiavetta USB. Oh, certo, l’ha messa vicino al computer, dove altrimenti?

No, strano. Cassetto della scrivania?

No. Il nostro comincia a non sentirsi troppo bene, ma non è che stia male, sta poco bene. Libreria?

No. Il nostro sta male, no, non poco bene, sta male. E comincia a rovistare la casa, con la perizia di un ladro consumato.

Due ore di tentativi, nulla. Tutto è perduto. Ma non sarebbe un promettente studioso se ogni tanto non avesse un’intuizione, vero? Ecco, un flash: l’ultima volta che ha visto la benedetta chiavetta, indossava dei pantaloni corti verdi (lui, non la chiavetta). Devono essere nella tasca dei pantaloni, ovvio!

“Mamma, sai per caso dove sono i miei pantaloni verdi?”

“Al loro posto, nell’armadio, te li ho lavati”. Se prima stava male ora sta peggio.

“…………..in lav….in lava….coff coff….in lavatrice?!?!?!?”

“Certo, e li ho pure stirati!”

“Con il ferro da stiro??”

“Certo, come altrimenti?”

Si appella alle sue ultime forze e cerca di ricordare quanti più santi conosce. Va verso l’armadio. Trova i pantaloni, tasta la taschina laterale. E’ lì, quel prezioso supporto che una volta conteneva il suo lavoro, è lì sotto le sue mani. Il suo lavoro, che deve essere ora svanito fra l’ammorbidente e l’anticalcare.

D inserisce la chiavetta nel suo PC, e…un miracolo! Tutto perfettamente funzionante! Il ragazzo recupera la lista di santi stilata prima, ringraziandoli uno ad uno! Provvede poi a fare svariate copie del suo lavoro, che non si sa mai. E’ salvo.

Ecco, questo è il motivo per cui amo la Dikom, i suoi operai, i dirigenti, i centralinisti, gli avvocati, i fattorini. Ed i loro parenti. E gli amici di questi ultimi.

Perchè mi sento vicino a questo ragazzo, a cui, in fondo, voglio molto bene.


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