Australia (Australia, Usa, Australia, 2008 ) di Baz Luhrmann; con Nicole Kidman, Hugh Jackman, David Wenham, Bryan Brown, Bruce Spence. Jack Thompson, John Jarratt, Ben Mendelsohn, Bill Hunter, Barry Otto, Essie Davis, David Gulpilil, Jacek Koman, Ray Barrett, Brandon Walters.
Uscito negli Stati Uniti e in Australia il 26 Novembre 2008, è finalmente arrivato anche sugli schermi italiani uno dei film più attesi degli ultimi anni. Non si capisce perchè non abbia avuto l’onore di finire nel periodo natalizio, come nel resto dell’Europa, ma si sa bene che le case di distribuzione nostrane agiscono secondo una logica tutta loro.
Australia è il progetto attraverso il quale il cinema australiano, capace negli ultimi anni di sfornare molti talenti richiestissimi da Hollywood, ha voluto mettersi alla prova. Australiano il regista (Baz Luhrmann, alla sua quarta prova e a sette anni dal successo di Moulin Rouge!), australiani tre dei quattro sceneggiatori (fra i quali figura lo stesso Luhrmann), australiani i due protagonisti e molti altri membri del cast, australiano David Hirschfelder (che firma la colonna sonora), australiani parte dei 130 milioni di dollari di budget (Bazmark Production), australiane tutte le location. Insomma, forse la scelta del titolo non è stata poi troppo ardua.
Kolossal di poco meno di tre ore, ambientato negli anni della Seconda Guerra Mondiale, il film racconta le vicende Lady Sarah Ashley (Nicole Kidman), ricca inglese, vedova di un proprietario terriero, la quale eredita un enorme ranch in Australia. Raggiunta la lontana terra capisce (grazie all’aiuto di Nullah, un bambino mulatto nipote di uno stregone aborigeno) che la tenuta di famiglia rischia di cadere nelle mani di un latifondista senza scrupoli, sul punto di ottenere anche l’appalto per la fornitura di carne bovina per l’esercito australiano. Con l’aiuto del mandriano Drover (Hugh Jackman) e di tutti i dipendenti del ranch, Lady Ashley intraprende un avventuroso viaggio attraverso lo sterminato continente per cercare di condurre la mandria a Darwin prima del rivale. Alla straordinaria impresa, coronata dallo sbocciare dell’amore fra i due protagonisti , fa da contraltare l’arrivo dei giapponesi e la drammatica constatazione che la guerra devasterà anche l’Australia. Drover e Lady Ashley si troveranno divisi, Nullah verrà deportato come tutti i bambini mulatti (le generazioni perdute) e una seconda linea narrativa, decisamente drammatica, va a svilupparsi sullo sfondo di una straordinaria terra.
Definire il genere di questo film è davvero difficile perchè unisce l’aspetto epico e melodrammatico tipico dei kolossal anni Quaranta (è stato paragonato a Via col Vento), ad alcuni toni da commedia che ne caratterizzano la prima parte, senza tralasciare le scene di guerra e la denuncia sociale. Il tutto dà un quadro sicuramente molto vario e complesso, ma quando si dice che il troppo storpia si ha ragione. L’estrema varietà forse è maggiormente apprezzabile ad una seconda visione, perchè il primo impatto è quello di trovarsi di fronte a qualcosa di imponente e non altrettanto coerente. Montaggio imperfetto? Qualcosa è stato tagliato? Sceneggiatura traballante? Per me è quest’ultima ipotesi, dal momento mi è sembrato che lo screenplay sia la vera pecca del film. La trama, se non originalissima, è in ogni caso funzionale, ma è articolata male. Lady Ashley passa nel giro di dieci minuti dall’essere un’oca urlante e schizzinosa al radunare a galoppo una mandria impazzita sul ciglio di un precipizio. Nullah passa dalla disperazione per aver perso la madre alla gioia infinita data da una canzone in pochi secondi, mentre suo nonno, lo stregone King George, è descritto come una sorta di improbabile divinità (scala le montagne, non mangia mai, resiste alle bombe, uccide gli uomini con una lancia a mille metri di distanza). La scena in cui Drover si presenta al ballo all’improvviso me la aspetterei dallo script di O.C., mentre la rissa iniziale fuori dal saloon sembra presa da un film di Bud Spencer, ma è veramente il minore dei mali. Decisamente troppo forte poi lo stacco fra la prima e la seconda parte del film: a mandria caricata sulla nave e ad amore sbocciato ci si aspetta che il film sia finito, ma così non è, e ci si ritrova a seguire una seconda parte che, per quanto bella, sembra protrarsi all’infinito.
Nulla da dire sulle location e sulla fotografia, i veri punti di forza della pellicola. Viene voglia di andarci in Australia, terra sconfinata rappresentata da stupendi colori pastello, il giallo su tutti. E sembra davvero di avere davanti un film d’altri tempi, quindi le aspettative da questo punto sono totalmente soddisfatte. La colonna sonora è davvero notevole, così come la scelta di far risuonare frequentemente le prime note di “Somewhere over the rainbow“, che contribuiscono a dare al film la sua fascinosa aria retrò.
La recitazione poi è a un livello assolutamente apprezzabile. I personaggi secondari sono tutti ben interpretati, sia i buoni che i cattivi. Hugh Jackman fa un ottimo lavoro, rude e antipatico quando serve, coraggioso e passionale in seguito. Nicole Kidman offre a mio avviso un’altra bella prova di attrice: non siamo ai livelli di Eyes Wide Shut o di Moulin Rouge! (qui diretta dallo stesso Luhrmann), ma in ogni caso conferma di essere una bravissima attrice.
Insomma, per concludere, Australia è da vedere. Ha delle gravi pecche, ma in mezzo a tanti film-spazzatura è comunque un bel lavoro. Forse è la conferma che se prendi tante cose belle e le metti insieme non ottieni sicuramente una cosa bellissima; forse il film ti lascia con l’idea di un’occasione sfruttata a metà, ma non credo di poter condividere il giudizio di chi l’ha stroncato sul nascere. Sbagliate erano in quel caso le aspettative gonfiate sul film del secolo, ma non credo che in quel caso la banda di australiani ne abbia responsabilità. Hanno comunque offerto un degno tributo alla loro terra, l’Australia.
P.S. Volevo terminare con la frase poetica, ma un ultimo dubbio mi sovviene.
Cari traduttori italiani, dopo svariati decenni di cinema sonoro, far parlare gli aborigeni come dei baluba che, pur sapendo la grammatica alla perfezione, usano tutti i verbi all’infinito, è davvero l’unica idea che avete?